LA MUSEOGRAFIA MILITANTE DI ANTONINO UCCELLO Riflessioni a vent’anni dalla morte

sergio todesco

L’itinerario intellettuale di Antonino Uccello mantiene una sua specificità, all’interno del panorama culturale italiano degli anni ’60-’70, che differenzia nettamente la figura di questo studioso da quelle di quanti altri, come lui, venivano faticosamente rifondando, nello stesso volgere di anni, l’ambito disciplinare delle cosiddette “tradizioni popolari” attraverso un lento ma progressivo e via via sempre più deciso trapasso da una concezione tradizionale del folklore, del tutto impermeabile agli stimoli delle riflessioni gramsciane, ad una pratica etnografica caratterizzata da forti tensioni antropologiche ed estremamente attenta alle mutazioni socio-economiche e culturali da cui il nostro Paese, ed il Meridione in particolare, erano attraversati e sulle quali iniziava ad appuntarsi lo sguardo sgomento del Pasolini “corsaro” (1).

Tale differenza di Uccello dalla gran parte degli studiosi del mondo popolare subalterno in quegli anni, con alcuni dei quali peraltro egli condivise orientamenti ideologici e traiettorie di ricerca, è secondo me da ricondurre alla organica appartenenza dello studioso siciliano all’universo culturale da lui investigato. Mentre infatti per la maggior parte degli intellettuali del tempo l’incontro etnografico si poneva come occasione per un ripensamento critico della complessiva storia sociale italiana attraverso la individuazione delle zone d’ombra che le spinte egemoniche determinatesi nel periodo post-risorgimentale e poi post-bellico avevano prodotto nel processo di unificazione del Paese, ed al contempo assumeva il valore di un radicale esame di coscienza utile a rischiarare la propria lacerante condizione di borghesi disorganici alla cultura dominante, da ciò poi traendone stimolo per una pluralità di impegni variamente dispiegantisi, dalla filosofia alla politica, dalla psicoanalisi alla sociologia, dalla psichiatria all’animazione culturale (2), Antonino Uccello sperimentò la ricerca sul campo e la elaborazione sistematica dei dati raccolti come strumenti privilegiati per un impegno personale prima ancora che civile, poetico ancor prima che scientifico, di ricostruzione, conservazione e restituzione di un mondo e di una memoria storica dai quali non si sentiva avulso, che coincideva tout court con la sua vicenda esistenziale di intellettuale costretto ad allontanarsi dalla propria cultura, ancorché solo in senso spaziale, alla stregua di uno dei tanti contadini emigrati da Canicattini Bagni negli anni ’50.

Un brano autobiografico può giovare a comprendere le ragioni anche psicologiche che svilupparono in lui il progetto di una casa sognata: “Quando ritornavamo dalle vacanze, egli scrive, i vari pezzi raccolti ci seguivano nella nostra casa di Cantù che diveniva via via un’oasi di Sicilia: e fu questa forse la prima inconscia suggestione di una casa-museo” (3).

Il sistema complessivo degli oggetti popolarmente connotati si propone in Uccello come dispositivo volto a conferire domesticità al mondo, come luogo ad un tempo reale e simbolico della memoria e dell’identità. Sotto tale profilo, vien fatto di pensare al totem achilpa, il palo kauwa-auwa degli aborigeni australiani cui viene demandato il compito di destorificare la peregrinazione per attenuare l’angoscia del viaggio e dell’ignoto, dispositivo sul quale aveva significativamente fissato l’attenzione il de Martino dei primi anni ’50 (4). Risiede forse in tale specialissimo rapporto con l’oggetto della propria ricerca quello che nel lavoro scientifico di Uccello viene ordinariamente ricordato: la sua attività di infaticabile e quasi feticistico raccoglitore di manufatti; e non è forse un caso che tra i demo-antropologi degli ultimi quarant’anni Uccello sia stato uno dei pochi che affiancarono con sistematicità al lavoro di ricerca e di analisi dei tratti pregnanti della cultura popolare una altrettanto puntuale attenzione verso il patrimonio oggettuale a quella cultura sotteso, quasi a volere pervicacemente raccogliere le sparse tessere di un mosaico di ormai ardua leggibilità al fine di presentificarlo in qualche modo a coloro che verranno (5).

E’ indubbio che il progetto di Uccello mirante a ricostituire il sistema oggettuale della cultura tradizionale siciliana comporti il sostanziale riconoscimento di una persistenza delle sue strutture profonde, la cui individuazione però necessita, almeno in un primo tempo a causa della forte mutazione antropologica intervenuta, di un potente sforzo di estraneazione dai contesti territoriali che ne hanno registrato per lungo tempo il funzionamento. Allorché Uccello alla fine degli anni ’50 inizia a trasferire a Cantù “pezzo a pezzo una parte di Sicilia”, egli non ha più rimorsi nel deportare gli oggetti in quanto è pienamente consapevole della loro cessata vitalità; è questa dunque in nuce la prima tappa di una decontestualizzazione forzata che dovrebbe avere come corollario la “messa in forma” museale di cui ha parlato Cirese. Ma in Uccello opera simultaneamente l’esigenza di reinserire gli oggetti in un percorso di comprensibilità da proporre in prima istanza non già ad una utenza indifferenziata e neutrale sibbene intimamente partecipe dei medesimi codici culturali e dello stesso patrimonio segnico (6). All’esempio di museografia strutturale “asettica” proposto da Cirese Uccello contrappone piuttosto il baedeker di un personale percorso scientifico ed al contempo esistenziale (7).

L’apparente feticismo degli oggetti in Antonino Uccello è pertanto funzionale al profondo convincimento che una cultura possa essere compresa e difesa solo a partire dalla conoscenza del complessivo sistema oggettuale che all’interno di essa è stato investito da significativi processi di conferimento di senso, ma parimenti dalla consapevolezza della necessità di immettere la stessa esperienza museale in un disegno più complessivo che si sostanzia di forti istanze di riscatto e di liberazione; da ciò, l’esigenza di un modello di museografia non elaborato a tavolino bensì scaturente da uno sguardo partecipe rivolto agli investimenti di senso di cui gli oggetti costituiscono testimonianza. Più che essere volta alla elaborazione di chiavi di lettura dei fenomeni, di modelli di comprensione del reale, di strategie di trasformazione della società o anche di nostalgiche rievocazioni dei vissuti esistenziali, lo sforzo museale di Uccello è diretto verso uno studio accurato e storicizzante delle forme, che sole possono rischiarare la cultura che le ha prodotte. “Avevamo in realtà costruito non il solito museo asfittico, sinonimo di cose morte, ma anche un punto di riferimento che ci aiutava a capire, a intendere la realtà in cui si viveva per poterla cambiare, trasformare” (8).

Si può qui richiamare la straordinaria attenzione riservata dall’etnologo di Canicattini, in pressoché tutti i suoi studi, al patrimonio oggettuale. Che si occupi di pani e di dolci o della cultura pastorale, del presepe o della civiltà del legno, della pittura su vetro o dell’opera dei pupi, Uccello esibisce sempre nelle sue monografie un ricchissimo apparato iconografico. E anche quando egli dedica un intero studio a forme di tradizione orale, come nel caso del volume su Risorgimento e società nei canti popolari siciliani, avverte l’esigenza di riservare spazio ad una sia pur rapida rassegna dei “motivi risorgimentali nell’arte popolare” (9).

In tale lavorio di faticosa ricomposizione e restituzione a perenne memoria di un universo culturale di cui andava sperimentando sulla propria pelle la drammatica polverizzazione, Antonino Uccello assunse del tutto naturalmente il ruolo di museografo; si tratta invero di una museografia militante, che rifugge dagli eccessi di filologismo e di strutturalismo che potevano condizionare gli esiti delle sue scelte operative, in cui permane la centralità di un progetto di rischiaramento del manufatto etnografico attraverso una forte tensione dialettica tra mutamento e persistenza.

Ne La civiltà del legno in Sicilia Uccello racconta che il massaro Salvatore Giliberto di Palazzolo Acreide lo fece attendere ben tredici anni (dal 1956 al 1969) prima di vendergli un collare intagliato e dipinto. Singolare senso del tempo da parte del massaro, ma al contempo straordinaria costanza e passione dell’etnologo che a quasi tre lustri dal primo approccio riesce, “dopo ripetute insistenze” come lui stesso precisa, ad entrare in possesso dell’oggetto di arte pastorale di cui ci consegna- nella citata pubblicazione- una lucida scheda (10).

L’interesse nei confronti della cultura materiale risulta altresì, oltre che da una produzione saggistica che si distende a ventaglio abbracciando un’ampia gamma di tipologie oggettuali, anche dai brevi ma pregnanti scritti introduttivi ai cataloghi delle numerose mostre che periodicamente e con ammirevole costanza Uccello venne allestendo alla Casa Museo (cfr. nota 5). Si tratta quasi sempre di poche ma assai sapide pagine di inquadramento storico in cui, spesso per la prima volta e con una evidente metodologia mutuata dalle Annales, vengono offerte e organizzate in un coerente disegno di ricostruzione storiografica “a tutto tondo” fonti d’archivio che gettano luce nuova su una determinata famiglia di oggetti, specificandone i contesti di produzione e di uso storicamente determinatisi in Sicilia o più spesso nell’area geografica sud-orientale dell’isola dalla quale essi provengono. Tale sforzo costante di contestualizzazione e di individuazione delle fonti che si muove a tutto campo (dalle ricerche presso archivi pubblici e privati alle interviste a pastori, contadini e artigiani, alle indagini svolte presso i rigattieri e gli antiquari dai quali egli recuperava – qualche volta ricevendoli anche in dono – poveri manufatti di uso quotidiano e splendidi oggetti di arte popolare) fa di Uccello un folklorista atipico per i suoi tempi, poco disposto a risolvere a tavolino la ricerca , convinto come egli è della necessità di un deciso scandaglio in medias res, sul campo, laddove la cultura popolare siciliana consuma silenziosamente le proprie giornate storiche, a cospetto di una modernità quasi sempre immemore e aggressiva.

In tale frenetica e partecipe opera di raccolta è percepibile per un verso una consapevolezza di urgent anthropology: dalla polverizzazione degli oggetti della cultura tradizionale Uccello ricava una netta presa di coscienza della perdita irrimediabile che comporta la distruzione del cattivo passato da parte dei ceti popolari siciliani, seppure indotta dal giusto rifiuto di una condizione di subalternità percepita come “male antico”. Per altro verso, proprio perché gli oggetti sono ormai privi di un loro spazio vitale e d’altra parte- come gli è stato detto da qualche rigattiere a proposito delle pitture su vetro- essi “non sono come il frumento che quest’anno si semina e l’altro si raccoglie”, il fine del museo è la creazione di nuovi spazi vitali che ridischiudano agli oggetti nuovi margini di senso. E la ricerca delle nuove potenzialità comunicative degli oggetti non può ovviamente prescindere dal deciso ancoraggio alle persone che hanno storicamente gestito i regimi di domesticazione degli oggetti stessi. Anche qui Uccello ne mostra chiara consapevolezza quando scrive: “… io ho cercato soprattutto di considerare le quistioni dall’interno, cioè collocandomi dal punto di vista di coloro che hanno prodotto questi manufatti: un tal modo di operare forse non sempre fa conseguire facili e sia pure vivaci generalizzazioni, ma almeno può garentire maggiore fedeltà a una Weltanschauung popolare e aderenza alla concretezza del mondo contadino” (11).

La casa ri massaria e la casa ri stari di Palazzolo Acreide sono dunque al contempo luoghi realistici e luoghi simbolici, sono cioè concreta messa in opera ed accurata riproposizione di ambienti abitativi e produttivi, ma parimenti proposte di fruizione che invitano al recupero, affettivo prima ancora che intellettuale, di spazi ancestrali, di una casa natale che diventa casa sognata (12).

In tale prospettiva Uccello si colloca, per così dire, tra Pitrè e Cirese, accogliendo problematicamente le istanze contenutistiche del primo e quelle formali del secondo, ancorché nel suo modello di museo sia dato scorgere una scarsa consapevolezza dello statuto metalinguistico di tale struttura; egli preferisce ricostruire il reale piuttosto che rappresentarlo, ed in tal senso la Casa Museo viene proposta al pubblico come contenitore di memorie. L’ago della bilancia pencola più verso Pitrè, e Uccello rimane riluttante a condividere fino in fondo le indicazioni metodologiche ciresiane con le quali pure egli si è confrontato: “Conoscere significa sempre introdurre una discontinuità nell’indistinta continuità del reale, per rintracciare le linee di continuità che legano i fatti e le cose al di sotto della superficie percepibile al livello del vissuto. L’unico modo in cui il museo etnografico può essere vivo, dunque, è quello di rompere l’unità superficiale di ciò che è empiricamente constatabile, per ritrovare linee di unità più profonde e sostanziali ed altrimenti non percepibili” (13).

La Casa Museo si muove in tutt’altra direzione: per la sua strutturazione vengono avvertiti, come momenti ineludibili, una familiarità con i vari ambienti ed una conoscenza della storia intima della casa, quasi un officio preliminare al suo genius loci. Il contenitore è quanto di meno asettico si possa immaginare, atteso che il fine da raggiungere è quello che la casa parli da sé.Ed anche quando interviene uno sforzo di astrazione dalla immediata proposizione di oggetti e di ambienti, Uccello mostra una certa indifferenza verso ogni tipo di esigenza rigidamente formale: “ogni locale destinato a collezioni aveva una sua bivalenza: la sistemazione museografica dei manufatti avveniva in modo che il locale serbasse gli oggetti e nello stesso tempo li caricasse di valenze simboliche capaci di parlare della funzione originaria dell’ambiente. I due linguaggi non dovevano scontrarsi (corsivo mio), ma- a seconda degli interessi dei visitatori- l’uno doveva fare da contrappunto all’altro” (14).

Il tratto saliente del percorso intellettuale di Antonino Uccello mi pare dunque, per concludere, la singolare esperienza museografica chetrae le sue prime mosse da un universo culturale prima sognato ed organizzato da lontano e poi faticosamente ricomposto. E’ una museografia che in qualche maniera trae le sue premesse teoriche di più ampio respiro da una ideologia che potremmo definire “alla New Deal”, in cui una forte istanza etica si accompagna al convincimento della necessità del momento conoscitivo come propedeutico ad una seria e democraticamente orientata opera di trasformazione della realtà sociale. Tale istanza, in larga misura presente negli antropologi, demologi e operatori culturali progressisti degli anni ’50 e ’60, da de Martino a Gianni Bosio, non ha più, almeno in modo così forte e coerente, sostanziato la ricerca demo-etno-antropologica dei decenni successivi, che potrebbe essere definita “del riflusso” in quanto, per le mutate condizioni della società italiana, le indagini che essa ha prodotto e le frontiere conoscitive entro le quali si è mossa, pur enormemente ampliate per quantità, ricchezza di paradigmi conoscitivi, varietà di traiettorie dispiegantisi in un più vasto ventaglio, si sono forse avvoltolate su se stesse finendo con l’assumere un peculiare carattere autoreferenziale (15).

Se guardiamo alla museografia successiva alla esperienza di Uccello, soprattutto a quella “spontanea” che ha goduto di una grande fioritura negli ultimi vent’anni, è possibile rilevare nella gran parte dei casi la presenza di una attitudine museografica tesa a compensare con la sovrabbondanza degli oggetti la mancata presa di distanze storica e metodologica con essi, o viceversa un atteggiamento feticistico che privilegia il manufatto, di cui si sopravvalutano le potenzialità documentali ed evocative. In realtà tali oggetti del mondo di ieri, ultimi baluardi materici di un contesto socio-esistenziale ormai collassato e languente, non più strutturati in un sistema all’interno del quale il loro uso obbedisca alla logica della funzionalità e del dovere essere piuttosto che a quella dell’estetica e dell’effimero, costituiscono l’estrema pallida epifania di una cultura che negandosi nei suoi contenuti ha finito col distruggere le sue stesse forme e giunge oggi a testimoniare di se stessa solo in virtù dell’interesse di un piccolo esercito di raccoglitori, archeologi matti e disperatissimi di un passato del quale solo adesso iniziamo ad avvertire con sgomento la siderale distanza. Si sostiene di solito che tali forme di riproposizione visiva possano stimolare curiosità e rispetto nei confronti delle culture delle quali viene esibito il patrimonio oggettuale. Anche in tal caso, però, il sistema degli oggetti di una volta che allude nella sua globalità alla ricchezza, allo spessore, alla profondità e alla bellezza di un mondo scomparso, si pone al cospetto della nostra povera modernità come griglia virtuale e ininfluente, fonte più di pudica rimozione che di cocente rimorso; e se qualcuno cerca strenuamente di perseguire comunque il raggiungimento di una identità sognata proponendosi di ricompattare una famiglia di oggetti ormai da troppo tempo disgregata, la proposta museale, piuttosto che indurci a malinconiche considerazioni ed a sistematici auto da fé sulle nostre magnifiche sorti e progressive, si traduce nella banale quanto sterile ammirata fruizione di una wunderkammer nostrana (16).

Probabilmente la più o meno consapevole decisione di Uccello di porre la sua propria persona come elemento organico alla Casa Museo, sostitutivo in quanto tale di qualunque altro dispositivo metalinguistico che rendesse leggibili le collezioni e ne rischiarasse il senso, ha fatto si che con la sua scomparsa questi splendidi lacerti della cultura popolare siciliana abbiano cessato di avere quella vita che l’infaticabile raccoglitore si era illuso di conferire loro per sempre (17).

SERGIO TODESCO

NOTE

1) – Cfr. A. Gramsci, Quaderni del Carcere, edizione critica dell’Istituto Gramsci, a cura di Valentino Gerratana, Torino, Einaudi, 1975; per alcuni contributi sulla storia degli studi cfr. G. Cocchiara, Popolo e letteratura in Italia, Torino, Einaudi, 1947; Id., Storia del folklore in Italia, Palermo, Sellerio, 1981, 1a ed. con il titolo Storia degli studi delle tradizioni popolari in Italia, Palermo 1947; A. M. Cirese, Cultura egemonica e culture subalterne, Palermo, Palumbo, 1971; D. Carpitella, Motivi critici negli studi di folklore in Italia dal 1945 ad oggi, Roma, Bulzoni, 1971; G. Angioni, Alcuni aspetti della ricerca demologica in Italia nell’ultimo decennio, in “Problemi”, 1971 (29-30), pp. 1257-63, poi ristampato in A. M. Cirese (a cura di), Folklore e antropologia tra storicismo e marxismo, Palermo, Palumbo, 1972; P. G. Solinas, Alcuni aspetti della ricerca demologica in Italia nell’ultimo decennio, in “Problemi”, 1971 (29-30), pp. 1247-56, poi ristampato in A. M. Cirese (a cura di), Folklore e antropologia tra storicismo e marxismo, cit.; P. Clemente, M. L. Meoni, M. Squillacciotti, Il dibattito sul folklore in Italia, Milano, Edizioni di Cultura Popolare, 1976; P. Angelini et al., Studi antropologici italiani e rapporti di classe. Dal positivismo al dibattito attuale, Milano, Franco Angeli, 1980; P. Clemente et al., L’antropologia italiana. Un secolo di storia, Bari, Laterza, 1985 nonché alcuni recenti saggi su de Martino e la ricerca antropologica in Italia presenti negli Atti del convegno a lui dedicato tenutosi a Napoli nel 1995, C. Gallini e M. Massenzio (a cura di), Ernesto de Martino nella cultura europea, Napoli, Liguori, 1997; il riferimento pasoliniano è agli Scritti Corsari, Milano, Garzanti, 1975.

2) – Si menzionano qui, a titolo esemplare, i percorsi, estremamente diversificati tra loro ma tutti in qualche misura estravaganti, di Ernesto de Martino, Franco Cagnetta, Diego Carpitella, Giovanni Jervis, Gianni Bosio, Michele Risso, Furio Jesi, Annabella Rossi, Danilo Dolci;

3) – A. Uccello, La casa di Icaro. Memorie della Casa-museo di Palazzolo Acreide, Catania, Pellicanolibri, 1980, p. 39;

4) – E. de Martino, Angoscia territoriale e riscatto culturale nel mito achilpa delle origini, in “Studi e Materiali di Storia delle Religioni”, XXIII, 1951-52, pp. 51-66, e ne Il mondo magico, Torino, Einaudi, 1967, pp. 261-276. Sul sistema degli oggetti come dispositivo culturale che dischiude la domesticità del mondo cfr J. Baudrillard, Le Système des objects, Paris, Gallimard, 1968, trad. it. Il sistema degli oggetti, Milano, Bompiani, 1972, E. de Martino, La Fine del Mondo, Torino, Einaudi, 1977, nonché il capitolo steso da M. Meligrana Morte, crisi degli oggetti e trasmissione ereditaria, in L. M. Lombardi Satriani, M. Meligrana, Il ponte di S. Giacomo. L’ideologia della morte nella società contadina del Sud, Milano, Rizzoli, 1982. Sulle tematiche connesse alla percezione antropologica dello spazio occorre tenere presenti M. Eliade, Il sacro e il profano, Torino, Boringhieri, 1973, p. 19; Id., “Lo spazio sacro: tempio, palazzo, centro del mondo”, in Trattato di Storia delle Religioni, Torino, Boringhieri, 1976, (ed. or. 1948), pp. 377- 398; Id., “Il simbolismo del centro”, in Immagini e simboli, Milano, Jaca Book, 1981, (ed. or. 1952), pp. 29-54. Per uno sguardo d’insieme cfr. F. Faeta, Spazio architettonico e ricerca antropologica: appunti intorno a indagini calabresi, in “Miscellanea di studi storici”, 1985 – 86, V;

5) – Il rinvio è naturalmente a B. Brecht, A coloro che verranno (1938), in Poesie e canzoni, a cura di R. Leiser e F. Fortini, Torino, Einaudi, 1964, pp. 92-4, con alcuni versi della quale poesia si conclude, significativamente, la testimonianza autobiografica di Uccello, apparsa postuma (La casa di Icaro, cit.); per una verifica degli interessi di Uccello nei confronti del patrimonio oggettuale tradizionale cfr. A. Uccello, Sull’arte lignea dei pastori, Siracusa, E.P.T., 1967; Id., Pitture su vetro del popolo siciliano, Palermo, Esa Poligrafico, 1968; Id., Otto cartelli dell’opera dei pupi, Palermo, Tipografia Luxograph, 1969; Id., Artigianato antiquario siciliano della collezione di A. Uccello, Agrigento, Tipografia Sarcuto, 1970; Id., Pupi e cartelloni dell’opra, Siracusa, E.P.T., 1970; Id., Folclore siciliano nella Casa Museo di Palazzolo Acreide, Siracusa, ZangaraStampa, 1972; Id., La civiltà del legno in Sicilia, Palermo, Cavallotto, 1973; Id., Natale di cera nella Casa Museo di Palazzolo Acreide, Palazzolo Acreide, Tipografia commerciale Musso, 1973; ID., Un presepe contadino di legno, Palermo, STASS, 1974; Id., Amore e matrimonio nella vita del popolo siciliano, Palermo, STASS, 1976; Id., Pani e dolci di Sicilia, Palermo, Sellerio, 1976; Id., I fischietti di terracotta di una bottega calatina, Siracusa, ZangaraStampa, 1977-78; Id., La Casa-museo di Palazzolo Acreide, Siracusa, E.P.T., 1978; Id., Tessitura popolare in Sicilia. L’ideologia della coltre nella civiltà agropastorale, Siracusa, ZangaraStampa, 1978; Id., I presepi in terracotta di un “pasturaru” acese, Siracusa, ZangaraStampa, 1978; Id., Il presepe popolare in Sicilia, Palermo, Flaccovio, 1979; Id., Bovari, pecorai, curatoli. Cultura casearia in Sicilia, Palermo, Amici della Casa-museo di Palazzolo Acreide, 1980;

6) – Cfr. La casa di Icaro, cit., p. 67. Il processo che dalla de-contestualizzazione degli oggetti (a Cantù) conduce alla ri-contestualizzazione degli stessi (all’interno della Casa Museo) appare pertanto far parte di una sorta di mise en abyme esistenziale; è lo stesso Uccello a modulare il “trattamento” dei manufatti sulla sua personale cifra di emigrante di ritorno.

7) – A. M. Cirese, Aspetti della ritualità magica e religiosa nel Tarantino, Manduria, Lacaita, 1971, catalogo critico della mostra promossa nello stesso anno dal Comune, dalla Provincia e dall’E.P.T. di Taranto sulle raccolte etnografiche di Alfredo Majorano, in particolare la Presentazione; cfr. anche gli Appunti di lavoro per una mostra, del 1970, concernenti la medesima iniziativa; entrambi gli scritti si trovano oggi raccolti in A. M. Cirese, Oggetti, segni, musei. Sulle tradizioni contadine, Torino, Einaudi, 1977; A. Uccello, La Casa-museo di Palazzolo Acreide e La casa di Icaro, citt.;

8) – A. Uccello, La casa di Icaro, cit., p. 133; nelle interviste presenti in alcuni suoi scritti, fatte ad artigiani e concernenti le modalità di realizzazione di manufatti o i contesti d’uso degli stessi, trapela una forte consapevolezza della solidarietà, nell’accezione etimologica del termine, che Uccello avverte esistere tra se stesso e gli storici portatori della cultura popolare che egli viene investigando. Tale rapporto viene percepito dall’etnologo come utile elemento di profilassi contro rischi di distorsione e di elaborazione di schemi ermeneutici arbitrariamente sovrapposti alla realtà; si cfr., ad esempio il seguente brano: “La ricerca sul campo mi ha, inoltre, messo in contatto con personaggi di rilievo, coi quali ho intrecciato una serie di dialoghi che mi hanno evitato gratuite interpretazioni sui fenomeni di arte popolare e sulla cultura contadina in genere” (La civiltà del legno …, cit., p. 19).

9) – A. Uccello, Risorgimento e società nei canti popolari siciliani, Firenze, Parenti, 1961, ristampa in forma ampliata, con introduzione di Luigi M. Lombardi Satriani, Catania, Pellicanolibri, 1978; Id., L’“opra” dei pupi nel Siracusano. Ricerche e contributi, Siracusa, Società Siracusana di Storia Patria, 1965; Id., Carcere e mafia nei canti popolari siciliani, Palermo, Edizioni Libri Siciliani, 1965, ristampa, con introduzione di Luigi M. Lombardi Satriani, Bari, De Donato, 1974);

10) – cfr. La civiltà del legno in Sicilia, cit., p. 154 sgg.;

11) – La casa di Icaro, cit., p. 21 sgg.; La civiltà del legno …, cit., p. 19;

12) – Cfr. l’omonimo saggio di Maria Minicuci in F. Faeta (a cura di), L’Architettura Popolare in Italia. Calabria, Roma-Bari, Laterza, 1984;

13) – Cfr. A. M. Cirese, Le operazioni museografiche come metalinguaggio, in Id., Oggetti, segni, musei, cit., p. 49; lo scritto era già apparso con titolo diverso (I musei del mondo popolare: collezioni o centri di propulsione della ricerca?) in Museografia e folklore, numero speciale di “Architetti di Sicilia”, nn. 17-18 (gennaio-giugno 1968); per un esempio di criteri diversi di museografia “descrittivistica” cfr. G. Cocchiara, La vita e l’arte del popolo siciliano nel Museo Pitrè, Palermo, F. Ciuni Libraio Editore, 1938;

14) – La casa di Icaro, cit., p. 97;

15) – Per una valutazione dei percorsi di ricerca dell’antropologia italiana dal dopoguerra in poi, cfr. A. M. Cirese, Cultura egemonica e culture subalterne, cit., nonché P. Clemente et al., L’antropologia italiana. Un secolo di storia, cit.; una riflessione sulla ricerca antropologica in Italia negli anni ’60 e ’70 è stata avviata nel seminario di studi “Intellettuali, cultura popolare, etnografie regionali. Tendenze della riflessione e della ricerca in Italia negli anni Sessanta e Settanta”, organizzato dalle cattedre di Antropologia Culturale e di Storia delle Tradizioni Popolari della Facoltà di Magistero dell’Università di Messina e tenutosi a Taormina dal 27 al 29 gennaio 1995, nel corso del quale chi scrive ha presentato una comunicazione su Antonino Uccello della quale il presente scritto costituisce una rielaborazione.

16) – Cfr. P. Clemente, E. Guatelli (a cura di), Il bosco delle cose. Il Museo Guatelli di Ozzano Taro, Parma, Guanda, 1996, sul museo Guatelli di Ozzano Taro; si cfr. inoltre, a cura di Pietro Clemente, la serie di contributi apparsi su “Ossimori”, n. 5, II, settembre 1994, nonché i volumi di valutazione sistematica della museografia demo-etno-antropologica (i cui esiti erano già stati anticipati nel convegno dedicato alla museografia etno-antropologica svoltosi a Modica nel 1989, 5° Colloquio europeo. Identità e specificità della museografia etno-antropologica) P. Clemente, Graffiti di museografia antropologica italiana, Siena, Protagon Editori Toscani, 1996, e (con E. Rossi), Il terzo principio della museografia. Antropologia, contadini, musei, Roma, Carocci, 1999; in Sicilia, si possono menzionare, come esperienze in qualche misura à la Guatelli, il Museo Cassata di Barcellona P.G. (Me), sul quale cfr. A. Amitrano Savarese (a cura di), La magia del fare. Oggetti e forme della memoria, Barcellona, Corda Fratres, 1991, e quello organizzato da Nunzio Bruno a Floridia (Ct), sul quale cfr. Massimo Papa (a cura di), La Villa Museo di Nunzio Bruno, con un saggio introduttivo di Sebastiano Burgaretta, Catania, C.U.E.C.M., 1991; un buon esempio di realtà museale mutuata dall’esperienza di Uccello è costituito dal Museo Ibleo delle Arti e Tradizioni Popolari “Serafino Amabile Guastella” di Modica, sul quale si veda l’omonima Guida curata da J. Vibaek e G. D’Agostino e redatta da G. Dormiente, Palermo, Laboratorio Antropologico Universitario, 1986. Una eccellente panoramica sullo “stato dell’arte” della riflessione intorno alla museologia demo-etno-antropologica è offerta in M. Turci (a cura di), Antropologia museale, numero monografico de “La ricerca folklorica”, n. 39, aprile 1999.

17) – Dopo la morte di Antonino Uccello, avvenuta il 29 ottobre 1979, la Casa Museo, nel frattempo transitata sotto una gestione regionale, venne progressivamente perdendo alcune delle sue più peculiari caratteristiche, rimanendo in qualche modo segno, doloroso e contraddittorio, della irripetibilità della esperienza e della prassi museografica poste in essere dall’etnologo; le uniche iniziative degne di menzione risultano essere le due pubblicazioni “La roba della sposa”. Casa- museo di Antonino Uccello, del 1988 e Antonino Uccello e la Casa Museo, del 1995, rispettivamente promosse dall’Azienda Provinciale Turismo di Siracusa e dal Distretto Scolastico n° 55. Il primo di tali volumi contiene saggi e testimonianze sull’opera di Uccello e costituisce il catalogo di una mostra che avrebbe dovuto inaugurare il riordino dei materiali della Casa Museo; il secondo, pur ricco di rare fotografie e di testimonianze, è stato soprattutto pensato come repertorio, assai utile, dei cataloghi curati da Uccello nel corso della sua instancabile attività; a Luigi Lombardo, curatore di tale volume insieme a N. Blancato e R. Acquaviva, si deve una interessante proposta di ripensamento museale della struttura lungo traiettorie in parte tracciate dallo stesso Uccello, in parte implicite nel modello museografico globale che la prassi espositiva dell’etnologo siciliano, ancorché non sempre codificata, lasciava trasparire (L. Lombardo, Il museo della Casa contadina e il museo della Casa padronale: un’ipotesi di museo “globale”, contributo al problema del futuro della Casa Museo, in Antonino Uccello e la Casa Museo, cit.). In tale prospettiva si cfr. le stimolanti osservazioni presenti in F. Faeta, F. S. Meligrana, M. Minicuci, Tre esperienze di museografia folklorica: note e riflessioni, in G. Motta (a cura di), Studi dedicati a Carmelo Trasselli, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 1983, pp. 357-371.

Tratto da:

archivio storico messinese
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Sergio Todesco, laureato in Filosofia, si è poi dedicato agli studi antropologici. Ha diretto la Sezione Antropologica della Soprintendenza di Messina, il Museo Regionale “Giuseppe Cocchiara”, il Parco Archeologico dei Nebrodi Occidentali, la Biblioteca Regionale di Messina. Ha svolto attività di docenza universitaria nelle discipline demo-etno-antropologiche e museografiche. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni, tra le quali Teatro mobile. Le feste di Mezz’agosto a Messina, 1991; Atlante dei Beni Etno-antropologici eoliani, 1995; Iconae Messanenses – Edicole votive nella città di Messina, 1997; Angelino Patti fotografo in Tusa, 1999; In forma di festa. Le ragioni del sacro in provincia di Messina, 2003; Miracoli. Il patrimonio votivo popolare della provincia di Messina, 2007; Vet-ri-flessi. Un pincisanti del XXI secolo, 2011; Matrimoniu. Nozze tradizionali di Sicilia, 2014; Castel di Tusa nelle immagini e nelle trame orali di un secolo, 2016.

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