Paolo Giansiracusa – Conversazione con il Maestro scalpellino Santo Calleri

maestro scalpellino santo calleri
Il maestro scalpellino Santo Calleri

Santo Calleri, nato a Palazzolo Acreide nel 1917, appartiene ad una delle più antiche ed affermate famiglie di scalpellini siciliani. Tra i suoi antenati un posto di primo piano spetta a Paolo Calleri, scalpellino tra i più qualificati della stagione liberty.

Santo Calleri nonostante l’età, 68 anni, lavora con grande impegno, accettando incarichi di notevole consistenza. Tra le ultime opere, in cui è intervenuto per la esecuzione di mensole e capitelli, vale la pena ricordare il palazzetto di Piazza Pretura a Palazzolo e la Chiesa di Sant’Antonio a Buccheri.

La conversazione è stata rilevata il 24 giugno 1985, tra le ore 17.00 e le ore 18.00, nella cava ad est di Palazzolo Acreide (“pirrera” di contrada Fondi). Erano presenti alla conversazione l’amico Prof. Corrado Allegra e la sua gentile consorte.

Appena arrivati nel “laboratorio” all’aperto, adiacente alla cava di pietra, incontriamo il maestro Calleri il quale ci invita ad osservare alcune mensole già intagliate.

Il vedere una mensola fuori dal suo luogo naturale (il muro portante) mi provoca una strana sensazione. Forse è stupore derivante, oltre che dalla freschezza delle decorazioni, dal rilevare che la parte decorata è solo la piccola appendice di un blocco notevolissimo per le dimensioni e la robustezza.

Ad una mia precisa domanda sulle ragioni che determinano la dimensione del blocco il maestro Calleri spiega:

S.C.: “La dimensione del blocco dipende dallo spessore della muratura in cui le mensole dovranno essere collocate. Io realizzo tutte le mensole di una stessa misura; poi se c’è bisogno di accorciarle questo avviene sul cantiere. La dimensione della parte che va incastrata nella muratura viene infatti determinata dallo spessore di quest’ultima. Per tale ragione la parte che entra nella muratura è grezza ed abbondante” [1].

P.G.: “Per la scelta dei motivi decorativi e la morfologia delle mensole adopera un campionario? Dispone forse di qualche album da cui sceglie i motivi e le forme?”.

S.C.: “No, non dispongo di un campionario. Ho dei disegni realizzati durante il lungo periodo della mia attività di scalpellino”. (Calleri prende quindi delle sagome di mensole ricavate da fogli di carton cuoio e le addossa alle facce delle mensole già finite per farmi notare la perfetta corrispondenza tra il disegno e la scultura. Lo scalpellino dispone quindi di modelli al vero, in scala 1:1, che lui stesso realizza ed usa come dei clichè).

sagome settecentesche
Sagome settecentesche in atto ancora usate dagli scalpellini iblei per il restauro degli elementi costruttivi degli antichi palazzi

P.G.: “Dove ha appreso a disegnare?”.

S.C.: “Il disegno delle mensole, dei capitelli e degli altri elementi strutturali e decorativi veniva appreso a scuola. Tutti i giovani scalpellini di giorno lavoravano nei cantieri, poi la sera andavamo a scuola di disegno [2] per esercitarci graficamente”.

P.G.: “A Palazzolo Acreide c’era una scuola serale di disegno?”.

S.C.: “Si, c’era. Quelli che insegnavano erano spesso maestri scalpellini molto abili a disegnare”.

P.G.: “Ricorda fino a quando è esistita questa scuola?”.

S.C.: “Fino agli inizi della seconda guerra mondiale”.

P.G.: “Con la guerra l’attività si interruppe?”.

S.C.: “Si, durante la guerra tutto fu interrotto. Quando tornai a Palazzolo, alla fine della guerra, ricordo che ogni attività riprese con il ritmo di prima. Io fui impegnato subito nella esecuzione di lavori di intaglio ed ho continuato ininterrottamente a lavorare eseguendo opere di vario genere”.

P.G.: “Esiste un disegno che si ripete anche per la parte frontale delle mensole?” [3]

S.C.: “No, non esiste un disegno prestabilito. Per la parte frontale faccio ricorso a motivi decorativi di cui ho antica memoria. Sono motivi che ripeto anche con piccole varianti” [4].

P.G.: “A Palazzolo vengono richiesti ancora oggi questi interventi in pietra da taglio?”.

S.C.: “Si, ancora oggi io lavoro con una certa intensità. Non posso dire che mi manchino le commissioni”.

(Calleri fa riferimento ai suoi ultimi interventi e cita due edifici situati nella Piazza Pretura, ristrutturati secondo le antiche tecniche edilizie. Si tratta del palazzetto, già ristrutturato, situato a sud della piazza e di quello dirempettaio, fronte nord della piazza, in corso di ristrutturazione. In ambedue i casi i progettisti hanno preferito ripetere l’originario disegno delle facciate invece che progettare una tessitura architettonica nuova).

P.G.: “Quindi l’intervento dello scalpellino oggi è richiesto solo in quei casi in cui si eseguono ristrutturazioni strutturali e decorative di antichi edifici?”.

S.C.: “Si, attualmente ad esempio sto anche lavorando alla realizzazione di quattro capitelli per la facciata della Chiesa di Sant’Antonio di Buccheri. Per questi capitelli, come per altri elementi decorativi, faccio ricorso alla vignola” [5].

(A poca distanza dal luogo in cui Calleri scolpisce un operaio sta realizzando le basole in pietra bianca di un pavimento destinato ad una chiesa di Ferla).

P.G.: (Nel notare che due mensole hanno le stesse dimensioni gli pongo la seguente domanda): “Queste due mensole sono uguali?”

S.C.: “No, sono diverse. In una c’è la foglia della voluta rivolta verso l’alto, nell’altra invece la foglia è rivolta verso il basso”. (Ciò conferma il fatto che all’interno della stessa struttura, nel rispetto delle proporzioni, lo scalpellino si consente variazioni decorative che non hanno alcuna influenza sul sistema proporzionale della struttura).

P.G.: “Come mai alcune mensole hanno una patina rossastra e altre invece sono bianchissime? Il tono rossastro dipende forse dal fatto che la pietra viene trattata con qualche sostanza chimica?”.

S.C.: “No, non passo alcuna sostanza sulle mensole. Il colore rossastro di alcune dipende dal fatto che le ho eseguite durante questo inverno ed ora, col passare del tempo, con l’umidità dell’aria si sono ossidate”.

P.G.: “È importante che la pietra lavorata faccia questa patina?”.

S.C.: “Certo, la patina è molto importante. Quando la mensola acquista questa colorazione diventa come la pietra forte perché si riveste con una pellicola protettiva”.

P.G.: “Devo dedurre che quando la pietra si riveste con questa patina non viene attaccata più dagli elementi naturali. Non si corrode quindi”.

S.C.: “Si, specialmente se le mensole sono realizzate in questo periodo (è il mese di giugno) in cui non c’è gelo. Essendo lavorate d’estate hanno il tempo di farsi la buccia che ha la funzione di proteggere il blocco. Se vengono realizzate d’inverno e la stagione è brutta non acquistano una buona patina”.

P.G.: “Nemmeno per accelerare o favorire l’ossidazione copre con sostanze chimiche la pietra?” [6].

S.C.: “No, niente; è sufficiente l’umidità dell’aria”.

(Calleri mi fa vedere alcune mensole coperte con involucri di carta e di cellophan e mi rivela che sono così impacchettate perché deve ancora definirle. Essendo quella in corso una stagione favorevole alla ossidazione della pietra, lasciandola scoperta si consentirebbe la formazione della “buccia” protettiva. Tale superficie protettiva essendo più dura non consentirebbe allo scalpellino di intervenire ulteriormente, con i suoi strumenti di lavoro, per ritoccare e definire gli elementi decorativi.

Calleri lascia quindi i blocchi scoperti solo quando è sicuro di non dovere più intervenire nel modellato).

P.G.: “Quali sono gli strumenti che adopera?”.

(Mi mostra sgorbie, scalpelli e arnesi vari adoperati anche nelle opere di falegnameria. Suppongo quindi che la pietra sia talmente tenera da potere essere lavorata con gli stessi strumenti con cui si intaglia il legno. Calleri conferma la mia supposizione).

sagome

P.G.: “Gli scalpellini adoperate tutti gli stessi strumenti? Fate uso degli stessi disegni? Ogni maestro ha la sua attrezzatura e i suoi modelli?”.

S.C.: “Su per giù adoperiamo tutti gli stessi strumenti. Anche i modelli sono similari”.

P.G.: “I capimastri vi fornivano dei disegni per la esecuzione delle opere? Vi manifestavano delle preferenze di gusto particolare? Gli ingegneri e gli architetti vi preparavano dei disegni?”.

S.C.: “No, ci indicavano solo qualcosa. Non ci davano disegni dettagliati. Ci fornivano solo il disegno d’insieme della costruzione, non ci davano particolari grafici”.

P.G.: “C’era una certa libertà nella realizzazione delle opere o si doveva eseguire il lavoro secondo le prescrizioni dei progettisti?”.

S.C.: “In certi lavori, ad esempio le mensole, c’era molta libertà perché la vignola non si usava molto. In altre opere, dove invece la vignola doveva essere rispettata al massimo si seguivano le proporzioni stabilite dal progetto. Nei capitelli si rispettava con rigore l’ordine architettonico. A volte però anche per la realizzazione di mensole di un certo tipo si era obbligati a seguire puntualmente le regole dell’ordine architettonico”.

P.G.: “Calleri, lei adotta solo motivi floreali. Perché non realizza mensole con figure umane o con volti di animali? Nei cantieri antichi c’era divisione di compiti tra i decoratori di motivi floreali e quelli di figure?”.

S.C.: “No, non c’era alcuna divisione di compito. Anch’io ho realizzato diverse mensole figurate. A Melilli ad esempio ho realizzato tre o quattro mensole come quelle di Palazzo Judica di Palazzolo Acreide” (Mi fa poi notare che alcune mensole hanno nella parte superiore una contromensola piana decorata solo in una parte della zona inferiore. Tale elemento strutturale serve ad irrobustire ulteriormente la mensola. Calleri, commentando il lavoro mi rivela che l’elemento decorativo della parte sporgente della contromensola è stato progettato da lui e quindi non ha alcun riferimento con gli esempi noti).

P.G.: “Per la copiatura degli elementi decorativi fa uso di stampe fotografiche?”.

S.C.: “Si, faccio uso anche delle fotografie”.

P.G.: “A giudicare dalla enorme quantità di lavori d’intaglio immagino che un tempo a Palazzolo Acreide dovevano esserci molti scalpellini. Lei ne ricorda qualcuno?”.

S.C.: “Io sono mastro per giocare a chiappeddi. Sono niente in confronto agli scalpellini che operavano un tempo. Qui a Palazzolo ce n’erano tanti, dieci, forse dodici. Erano molti e tutti abilissimi. Oggi non c’è più nessuno a causa del lavoro che è venuto a mancare. Ciò è segno che si è perduta la tradizione dei lavori ad intaglio. Io mi considero un povero disgraziato, un sopravvissuto che non ha alcuna prospettiva per l’avvenire. Ho anche una certa età e la stanchezza si fa sentire. Lavoro con molto comodo anche perché mi accontento della pensione e non miro ad altro guadagno”.

P.G.: “Un tempo si guadagnava molto con questo lavoro?”.

S.C.: “Certo, si poteva vivere” [8].

P.G.: “Quanto ci vuole per realizzare una mensola con decorazione a fogliame?”.

S.C.: “Un tempo ci impiegavo tre giorni. Ora ci metto una settimana”.

P.G.: “Prima della guerra le mensole si realizzavano nelle botteghe o nello stesso cantiere di lavoro?”.

S.C.: “Nello stesso cantiere, in un locale adiacente all’edificio in costruzione. Di solito usavamo i vecchi locali prima che venissero diroccati per fare spazio alle nuove costruzioni” [9].

P.G.: “Quindi non c’era bisogno di avere una bottega?”.

S.C.: No, perché ci spostavamo continuamente. A Siracusa ad esempio nel 1932 ho collaborato alla realizzazione di un fabbricato dietro la Chiesa di Santa Lucia, alla Borgata. Gli operai eravamo quindici. Eravamo tutti parenti tra di noi e non consentivamo che nel nostro gruppo entrassero estranei.

Il guadagno era minimo. Spesso non mi presentavo a lavorare e poi dovevo fare i conti con mio padre il quale mi rimproverava e mi esortava ad andare in cantiere innanzitutto al fine di imparare il mestiere di scalpellino. Fino a 20 anni in cantiere ci consideravano apprendisti; lavoravamo ma non ci pagavano”.

P.G.: “Lei sa che a Siracusa c’era una Scuola d’Arte appositamente costituita per la formazione di maestranze artigiane e quindi anche per la preparazione dei futuri scalpellini?”.

S.C.: “Si, infatti alcuni venivano a lavorare nei cantieri dei miei parenti ma resistevano mezza giornata. Mollavano subito e andavano via. Sapevano gli elementi del mestiere in maniera teorica, non avevano alcuna pratica di carattere tecnico. Si affaticavano facilmente e si scoraggiavano nell’affrontare grossi lavori.

Io non ho mai frequentato la Scuola d’Arte. Ho imparato il mestiere frequentando il cantiere e quando avevo 14-15 anni già mi sentivo più preparato di quelli che andavano a scuola.

Avevo otto anni quando la prima volta mi hanno portato in cantiere in mezzo alle pietre. Di giorno si andava a lavorare, la sera con gli scalpellini più abili si apprendeva il disegno.

Quando frequentavo la 2a/3a elementare al mio maestro (l’Ins. Marotta) facevo vedere i disegni che eseguivo la sera. Lui restava sbalordito e si domandava dove avessi imparato a disegnare”.

P.G.: “Cosa le da più soddisfazione?”.

S.C.: “Il fatto che cambio sempre modello e quindi sono stimolato a fare un lavoro creativo”.

P.G.: “Se la pietra è inumidita è più facile lavorarla?”.

S.C.: “No, non è tanta la differenza tra quando è asciutta e quando è bagnata. Io la bagno più che altro per evitare la polvere”.

P.G.: “Quindi bagnandola non diventa più tenera?”.

S.C.: “No, rimane sempre uguale” [10].

P.G.: “Diversi architetti pretendevano per i loro progetti la pietra bianca di Melilli. Perché mai? Quali particolarità aveva?”.

S.C.: Era più forte di quella che lavoro io sebbene c’è da dire che anche questa è abbastanza forte e compatta” [11].

P.G.: “Secondo lei la scelta potrebbe dipendere dal fatto che in questa zona non c’erano cave e quindi si faceva ricorso a quelle di Melilli?”.

S.C.: No, qui le cave ci sono sempre state” [12].

P.G.: “Forse gli conveniva per il trasporto. Indubbiamente, data la favorevole posizione delle cave melillesi, sarà stato più facile portare la pietra nei vari cantieri lungo la costa. Mi dica Calleri, per portare la pietra a Catania, a Messina… si faceva ricorso al trasporto con le barche?”.

S.C.: No, per quello che ricordo io, si trasportava col treno. Si sistemava a piccoli blocchi nei vagoni merce” [13].

P.G.: “Quindi a lei non risulta che la portassero con le barche? La vicinanza delle cave siracusane alla costa non le fa pensare che potesse essere utile a facilitare il trasporto del materiale via mare, con le barche?”.

S.C.: “Non credo che questa pietra sia mai stata trasportata via mare. L’umidità marina le fa male, rovina la superficie della pietra”.

sagome 2

P.G.: “Si trovano fossili in mezzo a questa pietra?”.

S.C.: “Si, ma raramente perché questa pietra è abbastanza pulita. Se si incontra qualche conchiglia si fa in modo di toglierla”.

P.G.: “Nella zona di Militello Val di Catania gli scalpellini hanno delle sagome con cui disegnano sulla pietra i profili delle modanature, i profili delle mensole, il contorno dei capitelli, ecc. Lei ne fa uso?”.

S.C.: “Si, io ne ho tante” (Si avvicina all’automobile personale e prende alcuni cartoni sagomati).

P.G.: “Sono molto diversi tra loro questi cartoni?”.

S.C.: Si, questa è una sagoma, questa è un’altra. Cambiano profilo a seconda dell’uso a cui sono destinate. Le sagome le preparo io stesso in base a ciò che devo riprodurre”.

P.G.: “Questi disegni (riferendomi ai cartoni) un tempo li fornivano gli ingegneri, gli architetti?”.

S.C.: “No, loro non ne capivano nulla. Queste sagome le facevano gli scalpellini in base all’esperienza nella scultura e nel disegno.” (Nel contempo mi mostra un’altra varietà di pietra e afferma che proviene da Ragusa).

P.G.: “È più dura questa pietra ragusana?”.

S.C.: No, si lavora facilmente con gli scalpelli come quella palazzolese. Serve a fare i gradini delle scale”.

P.G.: “Per darle la colorazione grigiastra cosa fa?”.

S.C.: “La cospargo con delle pennellate di nafta”.

P.G.: “La casa dove lei abita, a Palazzolo, ha lavori esterni in pietra da taglio?”.

S.C.: “No, la mia casa non ha decorazioni”.

P.G.: “La Casa del maestro Calleri allora da chi è abitata oggi?”. Si tratta di una bella casa del periodo liberty”.

S.C.: “Si la conosco, è situata nella via San Sebastiano ma non so chi vi abiti. Tra il 1927-30, in pochi anni, a Palazzolo si fecero diverse costruzioni di pregio: il Cinema Sardo, il Palazzo Bongiorno e altri ancora. Quella di mio zio Calleri nel 1927 esisteva già.

I telamoni che sono all’ingresso del Cinema Sardo (oggi King) li fece il professore Mario Moschetti [14]. Io diverse volte l’ho collaborato, anche come modello. Mi faceva mettere in posa. Mi faceva togliere la camicia e mi diceva come dovevo mostrarmi. Questo accadeva nel 1928.

Mi consigliava di vestirmi bene e di intraprendere l’attività di decoratore plastico. Io allora avevo 11 anni. Le statue del Cinema sono fatte con il cemento, non sono di pietra”.

P.G.: “Quindi da piccoli venivate avviati a questo tipo di lavoro?”.

S.C.: “Si”.

P.G.: “Qual’è oggi il costo complessivo di una mensola (materiale, intaglio, trasporto e messa in opera)?”.

S.C.: Non so dirle, anche perché io non chiedo mai il giusto compenso per i miei lavori. Io le regalo le mie opere. Veda ad esempio questo capitello (si riferisce ad un capitello che sta realizzando per la Chiesa di S. Antonio di Buccheri), facendo bene i conti dovrebbe costare almeno un milione ma io ho chiesto solo la metà”.

P.G.: “Quante mensole avrà fatto nella sua lunga attività di scalpellino?”.

S.C.: “È impossibile dirlo, ne ho fatte tante (cita alcuni lavori: 18 mensole per un palazzo di fronte al Municipio, nel quale è stato sopraelevato un piano; 60 mensole per un palazzo di Piazza Pretura [15].

P.G.: “Ha lavorato anche fuori Palazzolo?”.

S.C.: “Ho 68 anni ed ho incominciato a lavorare che ne avevo 8. Si può quindi immaginare quante mensole ho fatto e in quanti posti ho lavorato. È impossibile ricordarsi tutto. A Melilli ad esempio ho fatto tanti lavori. Anche nella provincia di Catania ho lavorato; ricordo ad esempio di aver fatto delle colonne”.

P.G.: “Come veniva commissionato il lavoro? Veniva il capomastro o l’architetto a chiederle l’esecuzione delle opere in pietra di taglio?”.

S.C.: “No, venivano direttamente i privati, i proprietari interessati all’opera. Portavano il progetto della casa fatto da un tecnico; si trattava dello stesso disegno che in copia davano anche al muratore. Partendo da quel disegno schematico stabilivo il lavoro da fare. Di tanto in tanto veniva a trovarmi il muratore per conoscere le misure degli spessori; ciò al fine di predisporre la messa in opera” (Nel contempo mi mostra delle mensole pronte per essere portate in Piazza Pretura, dove è in atto la costruzione di un palazzetto).

P.G.: “Le facciate dei palazzi del periodo gotico erano interamente realizzate con conci di pietra squadrata. Come venivano murati i conci? Tra i conci quale tipo di impasto veniva messo?”.

S.C.: “Tra i conci si metteva un po’ di polvere della stessa pietra, questa qui! (Mi mostra la polvere finissima della pietra calcarea). La polvere veniva impastata con calcina abbondante”.

P.G.: “Ma i blocchetti venivano incastrati?”.

S.C.: “A seconda del lavoro da fare. Le mezze colonne ad esempio venivano incastrate”.

P.G.: “Io ho visto blocchetti disposti in maniera particolare, secondo un principio di alternanza tra conci disposti in superficie e conci che entrano in profondità. Da cosa dipende tale sistema costruttivo?”:

S.C.: “Il blocchetto che entra serve a legare il paramento alla muratura. Quello orizzontale serve a comporre il paravento murario”. (Calleri mi indica poi di osservare il pavimento che un altro operaio sta realizzando per una chiesa di Ferla. È fatto con lastre di arenaria giallina a grana fine).

P.G.: “Quindi il maestro Calleri era suo zio?”.

S.C.: “Si” (E cita parentele varie).

P.G.: “Ha mai fatto stucchi?”.

S.C.: “No, quello dello stuccare è un altro mestiere. Ho visto lavorare il Moschetti. Credo che si tratti di un lavoro più semplice rispetto al mio. Consiste nell’aggiungere materia, qui invece bisogna togliere e non è consentito sbagliare” (Mi fa notare delle volute e mi diche che prima di scolpirle bisogna prevedere puntualmente le misure. Se si sbaglia dall’inizio è inutile continuare: il pezzo modellato sbagliando le misure viene considerato difettoso). “Il mio è un lavoro che richiede molta pazienza, ci vuole tanto coraggio, non bisogna tirarsi indietro. C’è molta soddisfazione perché il lavoro non manca mai. Pensi, è venuta a cercarmi anche gente da Caltanissetta, ma hanno tutti premura”.

P.G.: “Questa arenaria non è di Palazzolo”.

S.C.: “Si, infatti viene da Siracusa”.

P.G.: “Cosa le serve per affrontare un lavoro?”.

S.C.: “Mi servono le fotografie se devo copiare o se no la vignola se devo progettare. Col sistema della vignola è sufficiente avere le misure della colonna. Tutto il resto si fa poi per sviluppo proporzionale”.

P.G.: “Con quale ritmo lavora?”.

S.C.: “Non sopporto la premura, voglio lavorare con tranquillità. Pensi, io lavoravo al Cimitero ma me ne sono andato perché la gente non mi dava pace. Tutti mi facevano premura. Volevano addirittura che curassi la parte burocratica dell’autorizzazione dei progetti. Ero sempre agitato e non lavoravo bene. Qui invece sto tranquillo e lavoro con buon umore”. (Nel vedere uno stipite con decoro a punta di diamante chiedo conferma a Calleri sulla destinazione d’uso. Calleri conferma che è la parte dello stipite di una porta).

[1] Si vedano i disegni e le foto che corredano il testo della conversazione.

[2] In Sicilia, agli inizi del secolo, esistevano diverse scuole comunali indirizzate verso l’insegnamento del disegno tecnico ed artistico. Per la Sicilia Orientale certamente l’istituzione più prestigiosa in tal senso è la Scuola d’Arte Applicata all’industria di Siracusa la quale tra il 1891 e il 1931, grazie alla direzione di Giovanni Fusero, ha formato le migliori maestranze del liberty siciliano.

Nella scuoletta siracusana si formò pure il maestro scalpellino Paolo Calleri (1884-1945) autore delle decorazioni della Casa Calleri di Via Macello 27, a Palazzolo Acreide.

Per ulteriori approfondimenti si consulti: Anna Maria Damigella, “Un modello di decorazione liberty”, Roma 1983; Corrado Appoloni, “Avola liberty”, Avola 1985.

[3] La domanda mira a comprendere se il disegno ripetitivo della parte frontale di alcune mensole barocche era ottenuto con mascherine sagomate.

[4] Evidentemente Calleri ha memoria solo degli schemi compositivi delle mensole liberty.

[5] Il termine “vignola” deriva da Iacopo Barozzi detto il Vignola (1507-1573), architetto, pittore, scultore e trattatista romano. La sua formazione ebbe inizio a Bologna con l’esperienza della pittura e degli studi prospettici. Dal 1536 al 1540 fu a Roma, dove rilevò le fabbriche antiche e fece parte dell’Accademia Vitruviana, collaborando alla pubblicazione di una nuova edizione del De architectura corredata di rilievi, disegni e un glossario aggiornato. Nel 1539 eseguì i calchi in gesso di alcune statue romane antiche, come aiuto del Primaticcio (incaricato della corte di Fontaineau), seguendolo poi in Francia per la fusione in bronzo. Alla corte di Francesco I ebbe contatti diretti con S. Serlio, il cui influsso è palese in alcune opere realizzate al suo ritorno a Bologna (Palazzo Bocchi, facciata del portico dei Banchi), dove fu chiamato nel 1534 con la nomina di fabbriciere capo della chiesa di San Petronio. Al concorso, bandito per la facciata nel 1544 e al quale erano presenti Giulio Romano e Palladio, Vignola partecipò con due progetti goticizzanti.

Non va inoltre dimenticata la sua attività di trattatista, che comprende il celeberrimo volumetto Regola delli cinque ordini di architettura, edito nel 1562, e Le due regole della prospettiva pratica, apparso dieci anni dopo la morte dell’autore, a cura del matematico bolognese E. Danti (Renato De Fusco).

[6] Nonostante l’assoluta negazione di S. Calleri, da altri scalpellini ho appreso che la pietra veniva trattata con sostanze aggressive per accelerare l’ossidazione della parte esterna.

[7] Calleri non ricorda i nomi degli scalpellini operanti durante gli anni della sua giovinezza, però asserisce che erano abili e ne riconosce apertamente la superiorità.

Tra gli scalpellini palazzolesi ancora in vita è doveroso citare Giovanni Rizza autore di alcuni dei più interessanti decori del periodo tardo-liberty.

Tra gli intagliatori del legno va menzionato invece l’ebanista Salvatore Fazzino il quale in una via del centro di Palazzolo tiene ancora aperta la sua bottega, un locale piccolo ma carico di storia e di ricordi. All’interno di esso Fazzino lavora da quasi quaranta anni intagliando figure e fregi ricchi di fantasia e originalità.

[8] Tra gli scalpellini di Militello Val di Catania c’è un detto che recita così: “U scalpillinu tuppi tuppi sempri poviru e mai riccu”.

[9] La presenza nello stesso cantiere consentiva tra l’altro di verificare e risolvere tutte quelle questioni di carattere tecnico legate al dimensionamento della nuova fabbrica, ai problemi statici e ai requisiti stilistico-formali.

[10] L’opinione di Calleri non è condivisa da altri scalpellini i quali invece sostengono che la pietra calcarea quando è inumidita si sbozza con maggiore facilità.

[11] Calleri lavora il calcare intagliato nella Cava Fondi, a 10 metri dal suo laboratorio improvvisato.

[12] In effetti l’altipiano acrense è ricchissimo di cave antiche e recenti.

[13] Calleri evidentemente può dare testimonianza solo di ciò che ha personalmente vissuto.

[14] Mario Moschetti, figlio di Giulio, nacque a Roma il 25 dicembre 1879. Operò come scultore a Catania dove la sua famiglia si trasferì nel 1883. A seguito del padre fu a Malta per collaborarlo nella realizzazione di una lunga serie di opere. Sempre come aiuto del padre nel 1906 fu a Siracusa per la realizzazione della Fontana di Diana. È tra i firmatari del disciplinare d’incarico del Comune di Siracusa (28 giugno 1906).

Alla morte del padre, avvenuta nel 1909, si dedica alla realizzazione di diversi busti di uomini illustri. Esegue altresì le parti decorative delle facciate di diversi edifici, di monumenti funebri e celebrativi in vari centri isolani. Del 1927-28 sono i due telemoni del Cinema King di Palazzolo Acreide. Morì a Catania il 27 febbraio del 1960.

[15] A proposito della esecuzione delle mensole del palazzo di Piazza Pretura, Calleri afferma di essere stato collaborato da giovani apprendisti. Dice inoltre che i giovani facevano solo un lavoro di sbozzatura, non mettevano mano alle finiture decorative perché c’era il rischio che rovinassero le mensole. “Toglievano la parte grossa. Non facevano le decorazioni perché non avevano pazienza. Qualche volta anche solo per compagnia ho portato dei giovani apprendisti in cantiere. L’esperienza però è stata deludente: i giovani non vogliono saperne di lavorare”.

Tratto da:

L’Alta Valle dell’Anapo – Seconda recognizione dei beni storici, artistici e ambientali dei Comuni di Buccheri, Buscemi, Cassaro, Ferla e Palazzolo Acreide

Regione Siciliana – Assessorato ai Beni Culturali e alla Pubblica Istruzione – Palermo
55° Distretto Scolastico – Palazzolo Acreide

a cura di Paolo Giansiracusa

Anno 1988

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