L’abbeverata nella tradizione agro-pastorale

asino

Se u sceccu nun vo’ biviri hai vogghia di friscari”

L’acqua è un elemento importante per la sopravvivenza degli esseri viventi e la sua indispensabilità viene solitamente rilevata proprio quando incomincia a mancare.

All’ingresso dei paesi, lungo le strade di campagna, ai crocevia, non è raro imbattersi in fontane e fontanili affiancati da abbeveratoi. Queste umili testimonianze, che a poco a poco vanno scomparendo per incuria e abbandono, erano un segno di riguardo nei confronti dei viandanti ed erano di grande utilità per greggi e armenti che si trovavano a transitare.

La pastorizia e l’allevamento sono le due attività che, insieme all’agricoltura, hanno permesso la sopravvivenza del genere umano attraverso i millenni e ancora oggi danno un buon profitto economico. Questo tipo di occupazione ha sempre incontrato ostacoli da superare e problemi da risolvere, il più frequente dei quali è stato sicuramente l’acqua. 

L’abbeverata è il momento in cui le bestie vengono condotte a dissetarsi. E’ questa un’operazione importante per la buona salute degli animali e per ottenere risultati ottimali anche da punto di vista produttivo ed economico. Il numero delle abbeverate quotidiane dipende dal genere di animali e dalle stagioni; l’acqua, in ogni caso, deve essere pulita e fresca. 

Le pecore e le capre all’abbeverata

Questi animali nella stagione calda di solito bevono due volte al giorno, all’alba e al tramonto. A partire dal tardo autunno e fino all’incipiente primavera hanno una minore esigenza di acqua poichè i pascoli umidi con le fresche erbette stillanti di rugiada soddisfano già la loro voglia di sete. Scriveva già Varrone (II-I sec. a. C.): “Nelle rimanenti stagioni dell’anno, d’inverno e in primavera, la pastura differisce in questo, che il  bestiame viene condotto al pascolo quando si è sciolta la brina, pascola tutto il giorno ed è sufficiente farlo abbeverare una sola volta“.

Quando alla pastura non c’è la possibilità di abbeverarsi, le pecore bevono solo la sera, dopo la foraggiata. La lirica dialettale “Abbiviratura”, di Maria Bella, piena di sentimento e di dolcezza, descrive come non altri questo momento rituale: “Niscisti sta matina   picuraru… / L’aria è pisanti comu lu travagghiu, / la terra ardenti, comu li spiranzi; / la vucca è arsa, li pecuri stanchi/ e tu li porti all’abbiviratura. / Facennu cu li manu cuccumedda / stuti lu focu ardenti di l’arsura / e ti ristori tu e la picuredda”.

Per evitare caos le pecore bevono a gruppi, tenute a bada o dal pastore o dal cane (di mannira). Il montone (crastu) se possibile, si fa bere a parte per evitare scompiglio nel suo harem. Il maschio della pecora è un impenitente dongiovanni, un grande amatore con la continua fregola dell’accoppiamento. E’ sempre scuetu e non pensa ad altroe, tanto insiste tanto bufardìa fino a quando la pecora gli si dà e lo accontenta,a meno che non sia incinta: allora è tempo perso. Un crastu è capace di “tenere a bada” la bellezza di cento pecore. 

Le capre hanno un fabbisogno di acqua superiore rispetto alle pecore e al pascolo cercano di evitare i luoghi aridi. Fanno più latte e vengono munte due volte al giorno. Le esigenze di acqua aumentano quando questi animali sono in lattazione. Il becco, all’abbeverata e anche durante tutta la giornata, contrariamente alle femmine che sono vivaci e assai mobili (danniuli), se ne sta tranquillo e isolato senza alcuna vellità. L’eros può attendere.

I bovini

I bovini e gli equini bevono molto di più rispetto agli ovini.  Nelle campagne di un tempo, l’abbeverata era un rito che avveniva due volte al giorno, la mattina e la sera. Allora, le stalle non avevano gli abbeveratoi automatici con le tazze a pressione nelle quali sgorga acqua in seguito alla pressione del muso dell’animale.

L’abbeverata, quindi, era un affare più complicato. Bisognava slegare un certo numero di animali, portarli all’abbeveratoio (pile di pietra annesse alle cisterne) e poi attendere che il gruppo avesse bevuto a sufficienza, riaccompagnarlo nella stalla e quindi riprendere con un secondo gruppo. Era comunque un rito chiassoso, fra richiami: “Cassata… Barunissa… ‘Nfucata… eiahhh… eiahhh… ” e fischi, grida e pacche sui gropponi per evitare la calca. Anche i cani davano una mano al contadino badando che nessun animale uscisse dal gruppo.

In estate, al pascolo, vengono pure sistemati dei grossi contenitori,come vecchie vasche da bagno, bidoni, vasconi di cemento, mastelli, fusti da 200 litri tagliati a metà in orizzontale e quant’altro, pieni d’acqua d’abbeverata, dimodochè la bestia può dissetarsi a piacere; in tale situazione appena la prima mucca prende l’iniziativa di avviarsi verso il luogo dell’abbeverata, per imitazione è prontamente seguita dal resto della mandria. 

Cavalli e asini

Gli equini pur bevendo più o meno lo steso quantitativo di acqua dei bovini hanno certamente abitudini e modi di abbeverarsi diversi. Possono bere anche una volta al giorno, ma vogliono sempre acqua pulita.

Il cavallo, di solito, beve due volte al giorno (mattina e sera) e sempre prima dei pasti. La sua necessità di acqua viene soddisfatta con modalità diverse: nella stalla il sistema tradizionale (il più gradito al cavallo) è quello di farlo bere in un secchio pieno di acqua freschissima. All’aperto, al pascolo, si contenta di bere nei grossi contenitori o negli abbeveratoi tradizionali purchè l’acqua sia sempre pulita o corrente.

L’asino è il più cocciuto e il più puntiglioso nella scelta dell’acqua: se non è pura si rifiuta di berla. Inoltre ha una certa preferenza per le acque leggermente salmastre. A proposito dell’asino, è consuetudine che durante l’abbeverata il contadino gli fischi per   invogliarlo a bere. E’ però una tradizione che non ha nessun riscontro pratico nella realtà. Difatti un vecchio detto avverte: “Se u sceccu nun vo’ biviri hai vogghia di friscari”. Anzi, se il contadino persiste nel suo ostinarsi a fischiare, viene bollato in modo caustico dal seguente indovinello: “U viddanu quann’è cciù armali r’o sceccu? -Quannu ci frisca ppi fallu viviri”.  

A questa inveterata consuetudine è legato un aneddoto che risale al periodo della dominazione borbonica in Sicilia. Si narra che il barone di Canicattini, per vendicarsi di un’ingiuria subìta dal barone di Floridia, avesse dato ordine alle sue soldataglie di trarre in arresto qualsiasi floridiano che si trovasse a passare per Canicattini. Appostate presso l’abbeveratoio le guardie in modo pretestuoso traevano in arresto i malcapitati contadini floridiani perchè durante l’abbeverata fischiavano al loro asino per incitarlo a bere. Allora, venuti a conoscenza del fatto, credendo di togliersi d’impiccio, altri contadini floridiani non fischiarono più al loro asino durante l’abbeverata. Ma i gendarmi li arrestavano lo stesso con la scusa che non avevano fischiato. Da qui ancora oggi il proverbio: “Cu frisca è carzaratu e cu nun frisca è carzaratu”, per stigmatizzare i soprusi e le angherie da parte dei potenti e dei prepotenti.

Il Corriere degli Iblei, maggio 2001

Tratto da:
(Dalla terra dei Santoni – Il Blog di Nello Blancato)

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