La Quaresima nella cultura popolare

“…nessun macelliere nella Quaresima (deve) poter vender carne se non a quei soli infermi che presenteranno il biglietto firmato dal Vicario. Mai però carne di porco sotto pena due mesi di carcere e tarì 4″.

Il rito della Quaresima si fa risalire al IV secolo e ricorda i quaranta giorni (con la recente riforma liturgica la Quaresima non è più di 40 ma di 38 giorni) trascorsi da Gesù Cristo nel deserto prima di incominciare la sua vita pubblica: comincia il mercoledì delle Ceneri (“caput ieiunii“, inizio del digiuno) e dura fino al tramonto del Giovedì Santo, prima della messa in Coena Domini.

Il suono a mortorio della campana, alla mezzanotte del martedì grasso, annunziava il terribile “pulvis es, et in pulverem reverteris“. Da quel momento incominciava il lungo periodo denso di astinenze, di pratiche religiose e di digiuni. Ancora oggi di una cosa che non finisce mai si usa proprio dire che è “Longa quantu la Quaresima”.

E la Quaresima doveva essere veramente terrificante, se Pitrè racconta che un predicatore, per impressionare ancora di più eventuali fedeli renitenti, si mise a simulare in chiesa le pene dell’inferno “ruggendo e mugolando”, mentre all’interno del tempio lasciato al buio, apparivano ombre e fiammate di pece greca e si udivano sinistri scrosci di catene: una vera e propria simulata infernale.

Ogni venerdì ci si recava in chiesa per la pia pratica della visaria  e durante le prediche quaresimali, in chiesa, le donne dovevano stare separate dagli uomini. Per tutta la Quaresima venivano bandite dal quotidiano tutte quelle manifestazioni che potevano essere in contrasto con questo lungo periodo penitenziale. Dalle conversazioni si eliminavano rigorosamente nivinagghi mottetti e facezie che erano stati il piatto forte di Carnevale, e che, fora tempu, avrebbero costituito offesa a Dio.

L’ASTINENZA DALLA CARNE

Il digiuno e l’astinenza erano osservati dai ragazzi e dagli adulti, soprattutto da quelli appartenenti alla categoria che potremmo definire dei “cattolici poveri”, i quali tutto l’anno, non per scelta ma per necessità, erano costretti comunque a consumare pasti assai frugali. In Quaresima, la spontanea caccialepri ad insalata era immancabile sulle tavole contadine, e poi asparagi, amareddipiscicani.

Per questa categoria dunque era quasi superflua la lettera del Vescovo di Siracusa Mons. Termini, il quale  ordinava “nessun macelliere nella quaresima poter vender carne se non a quei soli infermi che presenteranno il biglietto firmato dal Vicario. Mai però carne di porco sotto pena due mesi di carcere e tarì 4”.

Ma così non era per i “cattolici ricchi” i quali “mercè pochi quattrini vengono esentati” o grazie, anche, all’accondiscendenza del medico amico. A tal riguardo ecco cosa scriveva il catanese Domenico Tempio nel 1874: “Tutti li malipasqui e li malanni/Firrii di testa e canchiri a propositu/Cci afferrunu ‘n Quaresima./Cui dici ch’ha lu viscitu,/Cui pati di virtiggini;/Unu è fraccu di vista/E voli carni inveci di l’ucchiali;/…Chistu ‘ntra lu dinicchiu ha un vunchiazzuni;/…E lu medicu scioccu, ca li cridi,/… Lu vecchiu ca si scanta di muriri,/A li catarri, e si li fa viniri…”. 

U TRAPASSU RANNI

Riguardo al digiuno la Chiesa cattolica oggi, in base a una disposizione del febbraio 1966, ha attenuato la sua rigidità: l’astinenza dalle carni è obbligatoria durante i venerdì di Quaresima mentre il digiuno si deve osservare il mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo. Un tempo invece si incominciava a digiunare  il mercoledì delle Ceneri e si continuava per tutti i venerdì di Quaresima (cu nun riunìa o venniri i marzu ci cari u urazzu – chi non digiuna il venerdì di marzo gli cade il braccio). 

Chi voleva mettere alla prova (o ostentare) la propria integrità religiosa non poteva non fare il trapassu, e magari non si faceva minimamente scrupolo di peccati ben più gravi sulla sua coscienza. U trapassu ranni era il digiuno totale che andava dal mezzogiorno del Giovedì Santo sino allo sciogliere delle campane del Sabato. Un digiuno di quarantotto ore, durante il quale era consentito assaggiare solo tre spicchi di arancia o tre fave caliate o tre cocci ri calia -secondo gli usi- per ognuno dei tre pasti giornalieri saltati. I penitenti più votati alla fede (e alla resistenza) si piazzavano addirittura davanti ad un succulento piatto di maccheroni con stufato di maiale sopra e, senza minimamente assaggiare alcunchè, bisbigliavano: “Mangia corpu miu, si t’abbasta l’arma”. Anche i cani e i gatti dovevano digiunare e per farlo venivano legati onde evitare che andassero a caccia di cibo. 

L’UOVO

L’usanza di mangiare uova a Pasqua sembra derivi proprio dal fatto che l’uovo era proibito in Quaresima. Finito il periodo di digiuno, il Venerdì Santo si facevano benedire tutte le uova messe da parte per sei settimane tranne quelle dello stesso giorno poichè le uova del Venerdì Santo erano “sacre” e si dovevano conservare per tutto l’anno. Le donne quindi preparavano i panareddi cu ll’ova e, legandosi i capelli, iniziavano ad impastare con la seguente frase di rito: “Biniritta chidda trizza, ca lu venniri s’antrizza/ biniritta chidda pasta ca lu venniri s’ampasta”. Alcune di queste uova benedette e bollite venivano poi distribuite, dipinte di rosso o di altro colore, il giorno di Pasqua.

Ad Augusta e in tantissimi altri centri, nella quarta domenica di Quaresima o Domenica delle Rose, compariva un personaggio popolare, simboleggiante al tempo stesso la morte e la vita, chiamato “a Serramonica” avvolta in un veste bianca e di spettrale aspetto, reggeva nella mano destra una falce e nella mano sinistra un paniere che via via riempiva di uova, simbolo di fertilità. L’ultima “Serramonica” apparsa per le vie di Augusta, verso la fine degli anni cinquanta, fu “a zzà Cuncetta”.

Nello stesso giorno sempre ad Augusta veniva praticato dai ragazzi il gioco delle uova, una sorta di gara di resistenza del guscio, e lo stesso si faceva a Ragusa per tutto il periodo quaresimale. Uno dei giocatori concorrenti chiudeva nel pugno un uovo mettendo in mostra tra il pollice e l’indice una delle due estremità. Poi invitava gli altri a loro volta con le loro uova a  battere l’uovo in pugno a “punta e punta” oppure “a punta e culu” o “a culu e culu”. L’uovo che si rompeva toccava al vincitore che non di rado se ne tornava  a casa con un numero di uova sufficienti per una buona frittata. 

(Il Corriere degli Iblei, marzo 1998)

Tratto da:
(Dalla terra dei Santoni – Il Blog di Nello Blancato)

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