Il lino secondo la tradizione contadina

lino

“Vulissi pàtiri li guai di lu linu, scippatu tuttu e stisu cianu cianu, p’addivintari tila e musulinu, e fazzulettu pi li vostri manu!”.

La coltivazione del lino è antichissima, di essa si trovano tracce sin da quando l’uomo lasciò le caverne e incominciò a dedicarsi alla pastorizia e all’agricoltura: “I vestiti fatti con tessuti sono sconosciuti fino al Neolitico, quando per la prima volta comparve la tessitura: i reperti trovati nelle palafitte lacustri della Svizzera ci forniscono la prova della coltivazione del lino e della tessitura delle sue fibre [1]. Gli Egiziani, per le loro mummie, usarono freschissime bende di lino che sono tra i più fini prodotti del genere dell’antichità. Di lino si facevano la bende sacerdotali, di lino sono i camici dei Ministri del culto, le tovaglie dell’altare e, in genere, tutto quanto serve al rito eucaristico. Il Sacro Lino, infine, suggella inconfutabilmente l’ancestrale uso di questa fibra.

Il lino, ha mantenuto inalterata nei millenni la sua fama di fibra delicata, leggera, finissima e fresca, particolarmente adatta per l’abbigliamento estivo e per la confezione di biancheria personale, da tavola e da letto. Sia da fibra sia da seme, se ne coltivano più varietà, ma il lino usitatissimum è la specie più importante e diffusa delle circa 90 esistenti. Oggi, tuttavia, le fibre sintetiche in gran parte  hanno sostituito il freschissimo lino.  

Nel secolo XIX il lino era diffuso in tutta l’Europa, oggi sono la Francia e il Belgio (pregiatissimo il cosiddetto lino delle Fiandre) a detenere il primato della coltivazione del lino. Nel siracusano a livello agricolo-industriale la lavorazione del lino (e della canapa) nella sola foce dell’Anapo, nel punto in cui riceveva il Ciane [2] e la velocità del fiume rallentava, dava lavoro a ben 5000 operai, più tutto l’indotto relativo alla tessitura. Questa attività per via dei miasmi mefitici che esalavano i paraturi (maceratoi), era sottoposta a disciplina sanitaria dalle varie Deputazioni e Amministrazioni comunali. L’Amministrazione comunale di Palazzolo, per citarne una, nei suoi “Regolamenti Municipali” del 27-12-1865 all’art. 25 del Capo Terzo prescriveva: “La macerazione dei lini e canapi non può cominciare prima del 16 agosto e sempre dietro il permesso dell’Autorità Municipale, conservando dall’abitato la distanza come dal precedente articolo (un chilometro e mezzo della periferia dell’abitato, ed infra la distanza di m 800 dalle pubbliche vie rotabili, e dalle case abitate di campagna e dai mulini” [3]. I regolamenti, le discipline sanitarie, le ripetute sospensioni dell’attività dei maceratoi (si ricordi che siamo in un periodo in cui imperversava il colera in Italia e in Europa, altre epidemie erano in agguato e le condizioni igieniche della popolazione erano allarmanti) per limitare le conseguenze dell’aria malsana, non impedirono, tuttavia, la chiusura di questa attività ratificata nel 1872 per Decreto reale [4]. Ne conseguì un danno anche alla produzione granaria poiché nei terreni l’avvicendamento con il lino assicurava una cospicua produzione di grano. 

In periodo fascista tuttavia si tentò di ripristinare tale coltura anche per agevolare le terre depauperate; si tentarono degli esperimenti di macerazione  a destra del Ciane verso la foce, i risultati non furono quelli sperati. 

Assieme alla canapa, il lino ha costituito fino a qualche decennio fa anche oggetto di coltura familiare per ricavarne soprattutto la fibra tessile: nelle nostre famiglie contadine non mancava mai una chiusa coltivata a lino [5] al fine di tessere  biancheria e vari altri tessuti di prima necessità: “Le casse delle massaie sono piene di lino prodotto dalle nostre campagne, da esse stesse filato e tessuto” [6].

Poi ai primi degli anni ’50 il lino è scomparso quasi definitivamente dalle nostre campagne. I motivi:  l’inadeguatezza dei mezzi tecnici usati, le malattie che colpivano le colture, l’uso dei maceratoi che infestavano l’aria e conseguentemente il pericolo della malaria e di altre malattie.

Da Granieri con amore

Ma, a Palazzolo, la signora Smriglio Carmela è da oltre 20 anni che persevera nel coltivare il suo campo di lino e nel lavorare la fibra per filare e tessere le stoffe  tradizionali.

“Io il seme l’ho avuto da un mio zio contadino di contrada Granieri, a mo’ di reliquia, circa 18 anni fa – esordisce la signora Carmela – e da allora l’ho amorevolmente seminato, coltivato e lavorato ogni anno, per mantenere viva la tradizione e per farlo conoscere alle generazioni di oggi”. 

-“Signora quando si semina il lino?

 -“Dalle nostre parti subito dopo i “Morti”, fino a S. Martino. Il terreno deve essere ben arato, il lino vuole terra leggera e umida. Si semina a spaglio, come il  frumento, ma molto più fitto per non fare infiltrare erbe nocive e affinchè le piantine possano svilupparsi in altezza in modo da ottenere un tiglio lungo e flessibile. Quando un campo di frumento è seminato troppo fitto si dice, infatti, che è “allinatu” proprio perchè ricorda il campo di lino.

-“Quando si fa il raccolto?”

-“Il raccolto di solito si fa a fine maggio, la pianta è già alta circa 60 cm e gonfia di semi e gli steli incominciano a perdere le foglie basali. Un campo azzurro di  linu ciurutu  è veramente uno spettacolo a vedersi. Lo si sradica, lo si raccoglie in manipoli e si mette a seccare all’impiedi ,  a “rotolaccio”.

Quindi  si mazzìa per sgranare i semi che possono essere utilizzati. Quando questa coltura da noi era assai diffusa lo si portava a macerare nei pressi dei fiumi, nelle iarile (gualchiera ad acqua stagnante, maceratoio, paraturi): lo si riuniva a fasci e si metteva a mollo per circa due settimane, fino a quando i fusti in parte si decompongono e sono pronti per essere lavorati. Nelle nostre zone i maceratoi a pagamento si trovavano nelle zone di Pantalica [7] Pantalichedda, Mulinello, all’uruvu a Littria” (Pianette), ecc.”

I guai del lino

Ma i guai del lino sono appena all’inizio, poichè il lino quanto più vien maltrattato tanto migliore diventa.

Appena asciutto si maciulla con il màncunu, una gramola simile alla  “sbria”, con questa operazione (stigliatura) si separa la parte legnosa da quella fibrosa. Quindi si passa alla scotolatura con la spàtula di legno per spogliare il tiglio dalle ulteriori scorie.

La cardatura si fa con due pettini chiodati di forma circolare; la passata nel primo pettine dà la “stuppa” (sono le fibre corte danneggiate o ritorte), la seconda passata divide i tupparieddi dalla “manna” che è la parte migliore del lino e con la quale si tessono lenzuoli, coltri, tovaglie, e, le industrie, i freschi abiti di lino.

Dopo cardato si fila e si dispone in matasse. Ma i “guai” per il lino non sono ancora finiti, poichè prima dell’orditura e della tessitura al telaio, c’era ancora l’operazione dell’imbiancatura che, quando possibile, avveniva al fiume: colpi di mazza, sole, cenere e acqua bollente e colpi di mazza ancora, completavano il calvario del lino. 

La farmacologia popolare

I semi di lino, fortemente oleosi, oltre a servire per pitture e vernici  venivano variamente usati nella medicina popolare.

Pestati e cotti servivano per preparare decotti, usati quali emollienti e antiflogistici; come cataplasmi (cappati), adagiati caldissimi sulla pelle, erano ottimi risolventi e revulsivi per le raccolte purulente e catarrali; bolliti in acqua e olio di oliva e in impacco con anice alleviavano il mal di gola; sempre sotto forma di elettuario venivano usati contro la tisi, e, miscelati con resina e mirra, erano una mano santa per le affezioni dei testicoli e delle ernie.

Abbrustoliti davano un effetto astringente e in clistere con olio o miele lenivano le affezioni perniciose dell’intestino; viceversa, i semi del lino catharticum procuravano un vero e proprio “effetto catarsi” agli intestini; uniti all’uva  passa servivano a guarire dal mal di fegato.

L’olio di semi di lino, infine, insieme all’olio di soia (acido linoleico), ancora oggi si impiega largamente per curare la psoriasi e altre patologie della pelle.

Il Corriere degli Iblei, aprile 1998

Tratto da:
(Dalla terra dei Santoni – Il Blog di Nello Blancato)

[1] H. Beals, Hoijer, Introduzione all’antropologia culturale, Bologna, Il Mulino, 1987, p. 198

[2] Il Ciane sboccava naturalmente nell’Anapo, poi in seguito ai lavori della bonifica Lisimelie iniziati nel 1830, ebbe un corso suo indipendente. Cfr. Il buon fattore, Siracusa, n.6-7, Giugno-luglio 1925, pp.18, 19.

[3] Regolamenti Municipali di Palazzolo 1965, pp.6,73

[4] Cfr. O. Reale, Il Risorgimento siracusano, Siracusa, Morrone editore, 2006, p. 150.

[5] Scrive Vincenzo Consolo: “Chi ha accumulato anni quanti quelli di chi scrive, ha avuto la ventura di conoscere l’era in cui si produceva la “roba” nel suo ciclo completo. Ricorda allora, nel luminoso maggio, i campi di lino d’un azzurro di smalto,…  sta in “La roba della sposa, 1988, Siracusa, p11.

[6] N. Savarese, I fatti di Petra, Milano, Mursia, 1966, p. 132.

[7] Pantalica in questo caso è una contrada tra Palazzolo e Canicattini Bagni. In Janiattini scriveva Uccello: I rutti di Pantàlica nnê costi-cull’uocci nìuri nfussati r’ummira,- e-ll’acqua ca si perdi-funnu funnu ntà cava, senza scrusciu, – a sintina r’austu: i fimmini ca bbàttunu lu cannu cu-mmazzi i lignu, – u friscu râ malaria ntâ iarila…”   A. Uccello, Janiattini Prose e poesie, Canicattini Bagni, Centro di Cultura popolare “A. Uccello”, 1986, p.29.

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