Luigi Lombardo – Icaro tradito

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Sono passati dieci anni dalla morte di Antonino Uccello: tanti quanti sono gli anni che il suo museo è chiuso al pubblico. La Casa Museo: l’ho vista nascere, vi ho vissuto come fosse la mia seconda casa. Già, una Casa! Impensabile, oggi, nell’epoca di musei sempre più asettici, tecnologico-burocratici, computerizzati, a volte falsamente funzionali e funzionanti. Ma quello non era un museo qualsiasi: era il luogo di confluenza di scienza e poesia, dell’atto creativo e fantastico col progetto museografico: dietro l’Icaro del volo, c’era sempre il Dedalo del progetto realistico, razionale.

Più il tempo passa e più ci si accorge che il museo di Uccello è un caposaldo della museografia folkloristica, una pietra miliare nella storia della cultura siciliana. A ben vedere due sono gli esempi più completi di museografia etnoantropologica in Sicilia: il museo Pitrè di Palermo e la Casa Museo di Palazzolo Acreide. La loro eccezionale importanza tuttavia non le ha preservato dalle tante tristi vicissitudini fatte di chiusure, omissioni, colpevoli negligenze del potere politico e del mondo culturale, bene conosciute agli studiosi del settore. Per converso, abbiamo assistito in questi ultimi dieci anni ad un frenetico quanto assurdo proliferare di piccoli musei locali, molti sostenuti da Istituti universitari (area palermitana), altri da qualche assessore alla ricerca di consensi e di legittimazioni culturali.

Al di là del mero entusiasmo di forze giovanili più o meno in buona fede e prescindendo dagli scopi legati spesso all’effimero dello spettacolo vacanziero estivo, questi musei, proliferati in Sicilia dalla metà degli anni settanta, considerati sul piano museologico, non sono che la copia, a volte davvero pedissequa, ora del museo Pitrè, ora della Casa Museo. Raccolte, collezioni settoriali e parziali, frutto di operazioni dettate nel migliore dei casi dall’entusiasmo di giovanili furori riuniti in cooperativa, dal futuro precario e incerto, legittime forse sul piano assistenziale, ma non certo su quello della serietà scientifica, sono state alla base della nascita proliferante di tutti I piccoli musei locali di tradizioni popolari. Legittima aspirazione quella di fondare un museo se ciò non significasse sperpero di denaro pubblico, a discapito di iniziative serie e produttive. Tali piccoli musei sono costati alla collettività fior di quattrini. Ne ho visti diversi di questi “musei”, alcuni con la pretesa di essere museo scientifico, novità assoluta, come recitano in paludati depliants illustrativi gli autori, altri con l’intento, non troppo ben nascosto di raschiare denaro pubblico. Finito l’entusiasmo delle manifestazioni pubbliche, si son presentati a questi “musei” I soliti problemi di ogni struttura museale: carenza di personale, difficoltà di gestione, mancanza di fondi. Molti hanno così chiuso, altri resistono solo per acchiappare qualche contributo, in condizioni a dir poco pietose in spazi inadeguati, con un ordinamento approssimativo, generico, precario.

E non poteva essere altrimenti dal momemto che tali piccoli musei sono per lo più nati da quell’intreccio fra cultura e potere politico locale, realizzato al livello più basso, in cui la politichetta soverchia la cultura. Fin quando il fatto culturale “tira” dal punto di vista elettoral-affaristico bene, altrimenti via tutto: si chiude! Tutto questo tran tran di musei aperti e chiusi è però costato alla collettività pagante svariati miliardi.

A fronte del proliferare di questi depositi museali, come è più giusto chiamarli, sta la triste storia della Casa Museo: se Atene piange, Sparta non ride! Eppure la regionalizzazione della stessa doveva essere garanzia di serietà e di impegno nella riapertura. Ma proprio questo elemento ha pesato negativamente, peccato!

Mi son trovato a criticare più volte I vari interventi che si son fatti in favore della Casa museo: dai restauri alle mostre, fatte con l’intento ambizioso di riaprire definitivamente il museo. Le mie critiche avevano, ed hanno, un costante punto di riferimento: Antonino Uccello e la sua eredità spirituale, il suo messaggio culturale e I suoi insegnamenti in fatto di museografia. Il che per alcuni è una colpa. Una “felix culpa” dico io. A parte il discorso sui vari restauri, su cui il tempo mi ha dato ragione, ho criticato e critico le mostre, che si tengono mentre il museo è chiuso e che, anzichè risolvere il problema di una prossima riapertura, hanno l’effetto di allontanare il vero problema e di addormentare l’opinione pubblica. Sull’allestimento delle mostre in sè nulla da dire, data la qualità dei progettisti. Ma che senso ha, lo ripeto, aprire il museo solo in occasione delle mostre? Di questo passo si trasformerà il museo in un mero contenitore, destrutturato e denaturato. Le mostre di fatto son divenute più importanti del museo stesso. La mostra sulla “roba” della sposa ci ha mostrato le grandi qualità artistiche di Michele Canzoneri, che conosciamo per lunga frequentazione: per il resto nulla di scientifico, nulla che facesse pensare alle bellissime mostre di A. Uccello.

Dico questo sperando che la mia critica sia intesa per quello di costruttivo essa nasconde. La mia critica è sincera e produttiva e si discosta nettamente da quanto scritto da qualcuno in una rivista stampata a Palermo e diretta da A. Buttitta: chi scrive e chi detta dovrebbe avere le carte in regola, cosa che credo certi studiosi non hanno, essendo in modo diretto o indiretto responsabili di come vanno poi le cose della cultura in Sicilia. La mostra allestita da Canzoneri è un frutto di amore e di nostalgico ricordo di Uccello, comune maestro e amico, qualcosa che supera il mero allestimento museale, per divenire fatto artistico, poetico. Ma non sono questi I criteri per allestire sia una mostra che un museo. Intanto una mostra non deve mai annullare gli spazi museali, quando questi sono ambienti con una loro storia, in cui si trovano oggetti che di quegli ambienti sono parte indissolubile.

Se poi affrontiamo gli aspetti politici e organizzativi della mostra, dovremmo scrivere come facevano gli antichi geografi, dinanzi alle cose ignote e pericolose, “Hic sunt leones”. Per cui stendiamo un pietoso silenzio. Non posso tacere sulla discriminazione, che ha motivazioni solo politiche, di gruppi di amici già allievi e collaboratori di Uccello, rei di non essere in linea con un certo partito o con un esponente partitico, che nell’operazione mostre alla casa museo hanno visto un modo per legittimare chissà quale diritto di primogenitura sul museo. Lo dico e lo ripeto: la Casa Museo non appartiene a nessun gruppo politico. Ricordo fin troppo bene gli scatti di Uccello quando si profilava qualche tentativo di strumentalizzazione della sua opera.

La Casa museo è nata dal concorso di tante persone, ciascuna portatrice di convinzioni politiche e fedi diverse. Che sia stato strumento anche di pressione politica questo è stato dovuto alla nequizia di certi capoccia locali, ma il museo non è nato con finalità politiche.

La Casa museo fu inaugurata nel settembre del 1971. Dopo la morte del suo fondatore, e per espressa volontà dello stesso, la Regione siciliana ha acquisito sia l’immobile (una parte del palazzo Ferla) sia il materiale espositivo. Veniva affidata all’équipe del prof. Luigi Lombardi Satriani la schedatura di questo materiale. Qui si è forse commesso l’errore di non inserire nell’équipe studiosi locali, allievi di Uccello, disposti a lavorare anche senza compenso.

Iniziavano I cosiddetti lavori di restauro. Sui quali ho espresso anche pubblicamente un duro giudizio, confermato poi anche da chi giudicò azzardata la mia critica. Dopo le mostre organizzate dalla provincia, assente la Soprintendenza di Siracusa e gli stessi schedatori della Casa museo, si sono ammucchiati gli oggetti in un locale, dove continuano a deperire irrimediabilmente.

Stando così le cose, perché continuare a tacere? Perché non ci si deve ribellare alle sistematiche bugie? Di questo passo di riapertura della casa museo non si parlerà mai.

Un vecchio apologo narra che un giorno il Re chiamò a sè I migliori sarti del regno perché preparassero il vestito per una cerimonia importante. Vennero I sarti più bravi e confezionarono I migliori vestiti. Ma non piacquero al Re. Alla fine fu chiamato il sarto più rinomato di Parigi. Questi, preceduto da una fama indicibile, si diede a parlare con tale bravura della sua bravura, che alla fine riuscì a convincere tutti, compreso il Re, di aver confezionato per il sovrano il vestito più bello del mondo. Quando uscì per la cerimonia, I dignitari cominciarono a decantare il sarto di Parigi e il suo meraviglioso vestito, così da convincere tutti che il Re vestiva un abito degno d’un sovrano. Solo Giufà, il bonaccione per tutti, alla vista della nudità sconcertante del Re, gridò: “Il Re è nudo!”.

Spesso la verità è talmente a portata di mano e così semplice, che sfugge alle menti più raffinate, come la trave di evangelica provenienza. La verità sulla Casa museo è che dopo dieci anni essa è chiusa! La Casa museo è un bene culturale fra I maggiori che possiede la provincia di Siracusa e la Sicilia; è il museo della civiltà contadina, parte essenziale della cultura umana passata e presente, rimasta per tanto tempo anonima, negletta perché pesava su di essa un certo pregiudizio di tipo idealistico, che vedeva nei prodotti artistici popolari materiali o spirituali una “decadenza”, un imbarbarimento dell’arte e della cultura maggiori. La Casa documenta efficacemente una condizione di forte oppressione di classe, dall’altra parte sottolinea le linee di riscatto sociale di classi a lungo tenute ai margini del percorso storico. È stata ed è specchio d’una dignità culturale, d’una forza di reazione e di elaborazione di modelli di cultura alternativa e, a volte, in particolari temperie storiche (Risorgimento, Resistenza) apertamente contestativi della cultura ufficiale.

Perciò la Casa museo è diversa da qualunque altro museo: intanto perché agisce sulla realtà, documentando una cultura che non è sparita del tutto, che non può sparire del tutto. Solo partendo da questo punto si dovrebbe pensare non solo ad una riapertura, che a questo punto è la cosa minimale, ma ad un progetto di museo come centro di documentazione fotografica o filmica di feste o cerimonie, riti e usanze che son vive ancora oggi; ad un museo che abbia una sua biblioteca, una foresteria per gli studiosi, un centro di elaborazione dati, laboratori fotografici, centri di restauro ecc.

Pretendere che la Casa museo ridiventi una casa è forse troppo. Ma non è troppo pretendere che almeno si eviti il suo snaturamento. Un museo è, nonostante tutto, sempre un museo ed ha una “vita” tutta particolare. Ma allora quale il modello di museo da seguire? Non certo quello del museo Pitrè, o peggio, quello dei tanti museoli, sparsi in Sicilia. Preliminarmente, essa dovrà restare ancorata ai principi metodologici cui si ispirò il fondatore. Perciò dovrà mantenere quanto più possibile il carattere di museo aperto, instaurando un rapporto continuo con il pubblico dei fruitori, stimolando la crescita culturale e lo sviluppo di una più completa e complessa coscienza storica. Dovrà essere il museo del territorio, museo attivo e recettivo al contempo rispetto a quanto dal territorio proviene.

Vorrei a questo punto ed in estrema sintesi accennare ad alcune possibili soluzioni al problema della riapertura del museo. Discorso preliminare e conditio sine qua mi sembra la costituzione presso la Soprintendenza ai Beni culturali di Siracusa della sezione tecnico scientifica per I beni etnoantropologici in esecuzione della L.R. n. 80. Contemporaneamente la Regione siciliana, proprietaria del museo, dovrebbe emanare una legge ad hoc in cui si definiscano gli assetti tecnico-amministrativi fra cui la messa a concorso del posto di direttore e le funzioni di consulenza e di indirizzo da assegnare ad un comitato di gestione di nomina non politica, ma espressione del mondo della cultura siciliana. Si dovrebbe prevedere la possibilità di acquisire l’intero palazzo Ferla, onde completare il progetto museale di Uccello, istituendo accanto al museo fondato da Uccello anche la sezione dedicata alle arti e ai mestieri. È bello ancora oggi a distanza di anni appassionarsi al problema Casa museo. Dispiace l’atteggiamento di quanti, già amici, hanno pensato che la Casa museo è divenuta una nobile carcassa, su cui far esercitare gli appetiti più diversi. La Casa museo è il frutto di una grande amicizia, in nome della quale ci permettiamo di polemizzare, di fare il “Giufà”, che, si ricordi, non era uno stupido!

Disponibile presso l’ECObiblioteca del Centro Studi Iblei

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